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Jugoslavia: Utopia Mancata o Falsa Nostalgia?

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Di George Pellicer. Originale pubblicato il 18 dicembre 2025 con il titolo Jugoslavia: A Utopia Lost or False Nostalgia? Traduzione italiana di Enrico Sanna.

Una caratteristica del Novecento è il rapido avanzamento tecnologico nonché la crescita della popolazione come mai era accaduto prima. Ma il Novecento è stato anche il secolo della creatività ideologica. Tra i tanti esperimenti politici, la nascita della Jugoslavia. Che non esiste più, ma che ha un valore fortemente nostalgico per i suoi ex abitanti e per tanti frequentatori di internet.

La Jugoslavia nasce in seguito al crollo dell’impero austroungarico e la vittoria serba alla fine della Prima Guerra Mondiale nel 1918. In origine si chiamava Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, in seguito prese il nome di Jugoslavia, ovvero Terra degli slavi del sud. Nel 1941 fu invasa dalle forze dell’Asse. Entro il 1945 riuscì a liberarsi con le sue stesse forze senza l’aiuto di un potere alleato. Non tornò ad essere una monarchia ma divenne un paese comunista. La Seconda Guerra Mondiale aveva devastato il paese: un milione di morti e l’economia a pezzi. Il leader della neonata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, Josip Broz Tito, puntò a riorganizzare interamente l’economia. A prima vista, si trattava dell’ennesimo dittatore comunista dell’Europa dell’est. Fu varata una serie di piani quinquennali con lo scopo di industrializzare un paese ancora in gran parte contadino, l’economia divenne un sistema pianificato socialista, gran parte delle terre fu collettivizzata e le fabbriche nazionalizzate. Ma Tito era molto diverso da Stalin e tra i due non correva buon sangue. Tito credeva nel cosiddetto socialismo di mercato, ovvero un sistema in cui le piccole aziende sono gestite dagli stessi lavoratori nel quadro di un’economia di mercato. Punto chiave dell’ideologia era il diritto di voto del lavoratore sul luogo di lavoro, ad esempio per eleggere i dirigenti. Pur essendo il paese socialista, molti lavoratori avevano il controllo delle aziende in cui lavoravano e partecipavano alla competizione sul mercato.

Generalmente parlando, Tito voleva una Jugoslavia neutra, non allineata. Pur essendo egli stesso un marxista leninista, si allontanò dall’Unione Sovietica e si avvicinò all’occidente. Da qui la possibilità, durante la Guerra Fredda, di accedere sia ai mercati occidentali che a quelli dell’est. Durante gli anni settanta l’economia fu riorganizzata sulla base delle teorie di Edvard Kardelj, eminente comunista sloveno. Il potere decisionale fu decentrato dando più spazio di manovra alle singole repubbliche. Anche la pratica dell’autogestione operaia fu decentrata e rafforzata. La riorganizzazione dei sindacati dava loro un potere enorme: qualunque lavoratore o gruppo di lavoratori poteva indire uno sciopero, cosa diffusa in certi periodi.

Mu’ammar Gheddafi, leader libico dal 1979 alla sua detronizzazione e uccisione avvenuta nel 2011, si ispirava al singolare sistema economico jugoslavo. Gheddafi governò la Libia seguendo la sua Terza via universale, un’ideologia di sinistra islamica e nazionalista profondamente ispirata all’autogestione socialista della Jugoslavia. Sotto Gheddafi, il livello di vita libico migliorò sensibilmente. Questo pezzo, preso da un articolo di Garikai Chengu (“Gaddafi’s Libya Was Africa’s Most Prosperous Democracy”, Countercurrents.org, 2013), illustra i miglioramenti della Libia con Gheddafi:

Mu’ammar Gheddafi ereditò uno dei paesi più poveri dell’Africa. Al momento del suo assassinio, la Libia era indiscutibilmente il paese più ricco del continente. Pil e aspettativa di vita erano i più alti di tutta l’Africa, rispetto all’Olanda c’erano meno persone sotto la soglia della povertà. Oltre alla sanità e l’istruzione gratuita, i libici avevano elettricità gratis e accesso a prestiti senza interessi. La benzina costava 14 centesimi di dollaro al litro e con 15 centesimi si compravano quattro pagnotte. Secondo l’Onu, la Libia era al 53esimo posto per lo sviluppo.

Per saperne di più sull’ideologia di Gheddafi e i suoi difetti, vedi anche questo articolo pubblicato su C4SS.

Anche nel confinante stato algerino, il primo presidente Ahmed Ben Bella si ispirava fortemente a Tito e agli ideali dell’autogestione socialista. Anche Gamal Abdel Nasser, secondo presidente egiziano noto per il panarabismo, era un estimatore di Tito. Norman Cigar, in un suo articolo del 1983 intitolato “Arab Socialism Revisited: The Yugoslav Roots of Its Ideology,” spiegava come Nasser si ispirasse alla Jugoslavia di Tito. La comunità internazionale aveva un gran rispetto per la variante socialista di Tito. Anche la Cia, in un rapporto speciale del 1969 dal titolo “Yugoslavia: Twenty Years of Self-Management”, ammetteva il successo dell’autogestione nelle piccole fabbriche. Ma se l’autogestione operaia era così positiva, perché ha fallito? Si pensava che il socialismo di mercato avrebbe combinato il meglio di entrambe le cose, e allora perché l’economia jugoslava ha fatto una fine terribile? La risposta fu la Lega dei comunisti di Jugoslavia, il partito che governava la Jugoslavia, ovvero proprio chi introdusse l’autogestione.

Il fallimento può esser fatto risalire al controllo centralizzato esercitato dal partito comunista, che dominava lo stato. Fu la natura centralizzata dello stato a rendere impossibile l’autogestione operaia. Autogestione e democrazia sul lavoro finirono per essere erosi dai burocrati della Lega dei comunisti, che controllavano ogni cosa e dicevano a tutti come votare. Il problema principale è sostanzialmente che l’autogestione operaia fu erosa dal dominio autoritario dello stato, che ancora controllava tutta l’economia e il potere decisionale. Efficiente nelle piccole fabbriche locali, l’autogestione mancava di coordinazione e coerenza su scala più ampia. La Lega dei comunisti non riuscì a creare le condizioni necessarie ad un vero decentramento e ad un vero regime competitivo che permettesse alle forze di mercato di operare efficacemente.

Ciò che avvenne fu invece che l’élite politica mantenne il controllo di settori economici chiave, il che portò inefficienza e scarsa innovazione, come nel resto dell’Europa dell’est. Gli errori del centralismo sono illustrati in un libro del 2023 di Matthew D. Mitchell, Peter J. Boettke e Konstantin Zhukov dal titolo The Road to Freedom: Estonia’s Rise from Soviet Vassal State to One of the Freest Nations on Earth:

Data l’imposizione dei prezzi e l’impossibilità di sperimentare il caos nel mercato, la pianificazione non può far uso della conoscenza locale. Cerca di calcolare ciecamente il valore marginale che ogni consumatore attribuisce ad un particolare bene e il costo di opportunità marginale del produttore.

L’autogestione jugoslava fu una cosa simbolica: era il partito a dettare tutto, a decidere erano i membri del partito, che operavano secondo i loro interessi. Il risultato fu inefficienza, corruzione e nepotismo.

Anche la “democrazia” operaia era fittizia. Il potere decisionale era concentrato nelle mani del partito, non dei lavoratori o nel mercato. Anche dopo i cambiamenti costituzionali degli anni Settanta, la centralizzazione, anche se limitata ai burocrati delle repubbliche e non della federazione, era una realtà diffusa. La democrazia sul posto di lavoro era solo sulla carta, i lavoratori votavano i delegati imposti. Col tempo, il voto sul posto di lavoro perse di significato, divenne più un obbligo che un diritto. In un articolo del 2013 dal titolo “Yugoslav self-management: Capitalism under the red banner – Juraj Katalenac”, il quotidiano Iskra intervistava un lavoratore di un’industria metallurgica autogestita della Jugoslavia socialista riguardo le relazioni di potere tra direzione e consiglio operaio. “Per la gestione,” dice, “esisteva un consiglio di lavoratori. I delegati erano scelti da un elenco, tutto procedeva secondo il dettato del partito e ogni unità lavorativa aveva il suo ramo. La Lega faceva le proposte, che nessuno aveva il diritto di contestare.” Iskra cita la politologa statunitense Susan Woodward, studiosa della realtà balcanica:

I consigli operai miravano a privare di potere contrattuale i sindacati (…) I dirigenti dovevano consultarsi con i rappresentanti dei lavoratori qualificati su come tagliare il costo del lavoro. L’obiettivo era convincere i lavoratori ad accettare limitazioni di salario e benefici adeguandoli ai ricavi netti dell’azienda nonché ad approvare gli investimenti di capitali anche quando portavano ad un taglio dei salari e quando budget e ristrutturazioni richiedevano licenziamenti. In pratica, con l’autogestione si cercava di imporre politica dei redditi e rigore finanziario senza passare dallo stato e senza imposizioni dall’alto. Nonostante l’apparenza, però, il sistema economico jugoslavo era di tipo verticistico. L’autogestione e la democrazia sul lavoro erano un’illusione. Il lavoratore era al servizio dello stato, non il contrario. Il rapporto tra stato e individuo è inevitabile.

Losing Touch: Power diminishes perception and perspective è il titolo di una ricerca del 2009 firmata da Adam D. Galinsky, Joe C. Magee, M. Ena Inesi, e Deborah Gruenfeld per la Kellogg School of Management della Northwestern University. La ricerca spiega come le persone al potere tendano a ignorare, o quantomeno a fraintendere, il punto di vista di chi non ha potere. Il potere tende a ridurre l’empatia verso i sottoposti. In sostanza, chi ha un potere tende a perdere la capacità di simpatizzare e immedesimarsi nei subalterni. Nella Jugoslavia socialista, così come in altri paesi socialisti, le persone al potere persero il contatto con i lavoratori preferendo la carriera partitica. O, altrove, la carriera aziendale. Allo stesso modo, persone elette democraticamente si lasciano sedurre dal potere e dimenticano chi li ha eletti, puntando a mantenere il potere a costo di consegnarsi alle lobby in cambio di soldi e spese elettorali. Questo vale non solo per i singoli ma anche per le organizzazioni. Un’azienda vuole crescere e superare le altre, abbassa la qualità del prodotto e taglia i salari per un po’ di profitto in più. L’azienda diventa spesso la cosa più importante: i lavoratori sono semplici numeri. Il lavoratore che vuole migliorare le proprie condizioni di lavoro adotta un atteggiamento simile: diventa uno stacanovista e dimentica che lavora per la famiglia.

Il socialismo che tanti invocano non è una soluzione. Anche lo stato è un’organizzazione e come tale si pone al di sopra di tutto. Ingrandirsi è il suo fine, e la droga del potere lo spinge a ingrandirsi sempre di più. Lo stato è molto più grande e potente di un’azienda, ed è responsabile davanti ai cittadini se democratico, ma i suoi vertici sono spesso distanti dalla popolazione, come in un’azienda. I contribuenti sono numeri, voti. La tendenza è tanto più forte quanto più il sistema è centralizzato e piramidale. Ci sono poi i corrotti, che aspirano al potere per subordinarlo ai propri fini. È la concentrazione di potere che li attira e questo spiega la loro diffusione. Il potere genera desiderio di potere.

Crescendo e allargando la propria influenza, gli stati tendono a dar vita a una vasta burocrazia, spesso inefficiente e lenta a rispondere alle esigenze della popolazione. Più è grande il potere dello stato, e più è difficile che le scelte di chi sta al potere seguano il volere pubblico. Il risultato è una diffusa irresponsabilità, anche nelle democrazie. Da qui l’allontanamento dal popolo, tanto negli stati quanto nelle grandi aziende. Che sia un’azienda, o uno stato, socialista o meno, chi governa perde spesso il contatto con i governati. Il risultato della ricerca citata (il potere indebolisce l’empatia e la capacità di immedesimarsi) dimostra che chi sta al posto di comando mette al centro degli interessi più il mantenimento del potere e la carriera politica, burocratica o aziendale, che il benessere della popolazione. Non che tutti siano così. Ce ne sono che hanno intenzioni sincere. Ma queste molto spesso restano pii desideri.

Nel caso della Jugoslavia, la sete di potere trasformò il sistema della “autogestione operaia” in un’illusione. Non ci fu il potere operaio ma la subordinazione dei loro interessi alla crescita e al rafforzamento dello stato. Alla crescita economica della Jugoslavia corrispose la crescita del potere. A fare carriera nel partito erano spesso persone attirate dal potere. L’autogestione operaia jugoslava non poteva avere successo: in ultima istanza, il potere dittatoriale era nelle mani dello stato. Durante il governo della Lega dei Comunisti di Jugoslavia, l’unica possibilità di lavorare per lo stato e farsi eleggere nei consigli operai passava per l’iscrizione alla lega. E tuttavia il sistema jugoslavo era meglio degli altri paesi socialisti. Così scriveva Todor Kuljic nel 2005 in un articolo dal titolo Yugoslavia’s Workers Self-Management:

Il lavoratore non poteva essere licenziato senza l’attivazione del consiglio dei lavoratori. Il direttore non poteva agire autonomamente. Era il consiglio, in cui figuravano anche lavoratori comuni, a prendere la decisione. Oggi per contro si va avanti a decreti. Anche in materia di alloggi, ferie e distribuzione del reddito a comandare erano i consigli dei lavoratori.

Questo perché a livello di base lo stato era lontano e c’era meno corruzione. Cosa non smentita dal già citato rapporto della Cia del 1969, Yugoslavia: Twenty Years of Self-Management, che riconosceva il successo dell’autogestione nelle piccole fabbriche, ma non parlava delle grosse entità. Il rapporto non si esprimeva sul successo dell’autogestione a lungo termine. Che, come sappiamo, è mancato.

O forse sarebbe meglio dire che non ha mai funzionato. Se ci fu successo iniziale fu grazie ai prestiti del Fondo Monetario, diventati poi un problema al momento di ripagarli. Una parte la ebbero anche le buone relazioni economiche con paesi sia socialisti che capitalisti. Ma il punto più importante fu il boom economico e demografico che seguì la Seconda Guerra Mondiale e che contribuì ad arricchire l’intero continente europeo. Insomma, il successo  iniziale della Jugoslavia aveva a che fare più che altro con fattori fuori dal suo controllo. Il colpo arrivò con la crisi petrolifera del 1973 e l’inizio della recessione negli anni 1973-75. Nuovi prestiti causarono ulteriori problemi. Il debito con l’estero cresceva ad un tasso annuo del 20%, raggiungendo i venti miliardi di dollari agli inizi degli anni Ottanta. Iniziò il lento, doloroso collasso dell’economia jugoslava. A Tito, morto nel 1980, succedette un vuoto di potere: nessuno dei successori riuscì a riaccenderne il culto della personalità, nessuno riuscì ad impersonarne il ruolo di uomo forte in grado di unire tutte le etnie della Jugoslavia. Questo fatto, unito ad una significativa autonomia delle repubbliche, all’indebolimento delle norme antinazionaliste con conseguente riemersione del nazionalismo, e al declino economico, finì per erodere l’unità nazionale. Nel 1989, poco prima della caduta del muro di Berlino, il primo ministro federale Ante Marković incontrò a Washington il presidente statunitense H.W. Bush per negoziare un pacchetto di aiuti finanziari. In cambio dei soldi, la Jugoslavia acconsentì ad una serie di riforme in linea con l’Occidente: una nuova moneta svalutata, congelamento dei salari, tagli significativi alla spesa pubblica e eliminazione dell’autogestione operaia. Il paese precipitò nella guerra civile e, nel 1992, cessò di esistere. Tra le cause del crollo, la stagnazione economica.

Secondo un sondaggio Gallup del 2017, l’81% della popolazione serba pensa che la frammentazione della Jugoslavia abbia danneggiato il proprio paese; dello stesso parere il 77% della popolazione di Bosnia e Erzegovina, il 65% dei montenegrini e il 61% dei macedoni. In Croazia a pensarla allo stesso modo è il 23%, mentre il 55% pensa il contrario. In Slovenia le percentuali sono 45% e 41%. La nostalgia è forte, ma ciò non basta a salvare l’esperienza jugoslava. Sono molti i cittadini dell’Europa dell’est che nei sondaggi dicono che si stava meglio sotto il (tentato) comunismo, ma è solo perché le loro condizioni di vita in seguito sono peggiorate. O forse perché non si approva il modo come è finita, con le violenze in Bosnia e Croazia. C’è poi il fatto che i confini dell’attuale ex Jugoslavia sono stati tracciati dai comunisti dopo la Seconda Guerra Mondiale (con l’eccezione dell’entità serba in Bosnia chiamata Republika Srpska) metro dopo metro, senza tener conto della diffusione dei gruppi etnici. O, ancora, montenegrini e bosniaci residenti in Serbia potrebbero avere nostalgia del passato perché potevano andare a trovare i loro parenti in Montenegro e Bosnia senza passaporti. Serbi di Bosnia o Croazia e Croati di Bosnia potrebbero avere nostalgia della Jugoslavia perché la identificano con la Serbia o la Croazia. C’è nostalgia per la vecchia Jugoslavia, chiamata “Jugonostalgia” su internet, ma questo non significa che gli ex jugoslavi la ritengano una sorta di paradiso.

Lo dimostra il fatto che il vecchio Partito Comunista Serbo, oggi chiamato Sinistra Serba, non è neanche rappresentato in parlamento. Il suo presidente onorario, Joška Broz, nipote di Tito, è stato membro del parlamento, l’unico del suo partito ad essere riuscito ad entrarvi, ma solo tra il 2016 e il 2022. Nel parlamento croato, il Sabor, l’unico partito di sinistra moderata favorevole alla collaborazione con i paesi ex jugoslavi era il socialdemocratico Fronte dei Lavoratori. Secondo il fronte, la Lega dei Comunisti aveva de lati positivi pur rappresentando una “élite illuminata”, contro la massa degli iscritti ai partiti nei sistemi “democratici”. Nel 2020 il fronte ha conquistato un solo seggio su 151, attualmente non ne ha neanche uno. Collabora strettamente con il partito sloveno La Sinistra, che attualmente ha cinque seggi su novanta nel parlamento locale, mentre ne aveva nove nel 2018. Entrambi i partiti collaborano con il partito macedone detto La Sinistra, che si presenta come partito di estrema sinistra che conserva le tradizioni del socialismo jugoslavo. Nel parlamento della Macedonia del Nord è rappresentato da sei seggi su 120. In Montenegro esiste un partito, chiamato la Nuova Sinistra, che non ha mai conquistato seggi. In Bosnia Erzegovina c’è il Partito Comunista dei Lavoratori, che non ha mai mandato rappresentanti in parlamento (il sistema politico bosniaco è complesso, ci sono vari parlamenti, ma questo è un altro argomento). Dunque c’è chi vuole tornare al vecchio sistema economico jugoslavo, ma non è la maggioranza. Certo, molti guardano al passato con affetto, ma è solo perché il crollo è stato caratterizzato da guerre e divisioni, per non parlare della forza della nostalgia.

Dunque la Jugoslavia NON era un fiorente paradiso dove i lavoratori si autogestivano e contribuivano al potere democratico sul posto di lavoro. La Lega dei Comunisti aveva un potere totale sull’economia e sulle scelte politiche, il che soffocava il mercato concorrenziale e il decentramento che avrebbero dovuto fare da motore dell’economia. La crescita jugoslava inoltre poggiava sugli aiuti internazionali. A livello locale, il sistema funzionava, autogestione e democrazia erano efficienti, i lavoratori non potevano essere licenziati senza il parere del consiglio dei lavoratori, gli scioperi avevano successo e la produttività cresceva. Per contro, quando al crescere dell’economia prevalse la politica su vasta scala, il potere democratico dei lavoratori era libero quanto le elezioni nella Corea del Nord. Facevano carriera solo gli iscritti al partito, mentre i lavoratori votavano su questioni proposte dall’alto. La Jugoslavia di Tito fu sempre uno stato centralizzato, e come tale afflitto dal problema della burocrazia, la corruzione e il nepotismo. L’élite politica manteneva il controllo sulle scelte economiche, generando inefficienze e assenza di innovazione. Con la morte di Tito, la stagnazione, le pressioni dagli Stati Uniti, le divisioni interne e il graduale abbandono degli ideali di sinistra, l’autogestione operaia finì per essere accantonata e con essa l’idea stessa di Jugoslavia. Oggi rimane la nostalgia, che però non si trasforma in giudizio positivo su quel sistema politico e economico. La Jugoslavia era uno stato fallito. Il socialismo di mercato jugoslavo non ha trovato il suo equilibrio. I leader nordafricani ispirati all’autogestione operaia divennero presto despoti. Inevitabile, data l’indole dello stato, che tende a privilegiare i propri interessi servendo se stesso e non il popolo. Lo stato finì per allontanarsi dal popolo per allargare il proprio potere senza limiti.

Che lezione si può trarre dall’esperienza jugoslava? Come altri sistemi falliti del Novecento, la Jugoslavia ci insegna a non seguire il suo esempio. Nel caso specifico vediamo come lo stato, anche quando ci prova, non riesce a contenere il proprio potere.

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Source: https://c4ss.org/content/60941


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